RECE – Penguin Highway

Aoyama è un bambino di 10 anni intelligente e curioso che vive con la sua famiglia in un tranquillo paese della provincia. Le sue giornate sono scandite dalla sua passione per la conoscenza, ogni evento che lo accompagna è il pretesto perfetto per un esperimento da annotare in maniera analitica e anche la più semplice delle attività viene da lui intrapresa con metodo scientifico. Ha sempre con se un quaderno su cui annotare gli sviluppi delle sue osservazioni o i propri esperimenti, tiene il conto di quanti giorni mancano alla sua maggiore età, ha già deciso con chi si sposerà, sa che vincerà il premio Nobel per la scienza. Un tipetto tosto insomma.

La sua routine quotidiana, come quella di tutti gli abitanti del paese, però, un giorno viene interrotta da uno straordinario quanto inspiegabile evento: centinaia di pinguini piombano improvvisamente nella città seminando il caos e poi, misteriosamente, spariscono nel bosco senza lasciare tracce. Aoyama e il suo fedele amico Uchida iniziano così ad indagare su questo mistero, anche grazie all’aiuto dell’enigmatica “sorellona” e della brillante compagna di classe Hamamoto. Tanti personaggi collegati tra loro in un intreccio che solo alla fine del film verrà dissipato.

Se da un lato la Penguin Highway che da il titolo al film è quella strada che i pinguini del polo sud sanno di dover percorrere in maniera insita alla loro nascita, dall’altro mi è sembrato una specie di omaggio a quella strada che anche noi, nella fase di passaggio dall’infanzia all’età adulta, sentiamo di dover prendere. Aoyama è meticoloso e ha già pianificato tutto del suo futuro, persino il giorno in cui diventerà adulto, ma non ha messo in conto l’imprevisto, l’elemento di caos, ed è comunque vittima, in un certo senso, delle pulsioni e dei turbamenti che si manifestano tipicamente in quella fase preadolescenziale. Per quanto tenti di mantenere il controllo della situazione (per quanto possa di volta in volta diventare assurda e incomprensibile), resta comunque un ragazzino che si lascia distrarre dal seno prosperoso della sua “sorellona”.

A questo riguardo permettetemi un appunto. Il regista Hiroyasu Ishida, qui al suo esordio alla regia di un lungometraggio, ha adottato un registro decisamente inusuale per un film d’animazione giapponese, almeno per come siamo abituati a concepirli noi occidentali: la parola “tette” viene nominata continuamente, quasi in maniera ossessiva (e, d’altronde, all’età che hanno i personaggi certe cose sono abbastanza ossessionanti). Con l’ingenuità tipica della giovane età, i dialoghi tra ragazzi ci arrivano diretti e senza filtri con tutta la loro involontaria irriverenza.

La presenza dei pinguini, l’empatia coi personaggi e il twist iniziale della storia, però, non salvano in pieno il film. Intendiamoci, in complesso l’opera è decisamente pregevole e ben realizzata, però facilmente lo spettatore arriverà a sentirsi frustrato nel non capire dove il film vorrà andare. La risoluzione del mistero dei pinguini appare fin da subito il pretesto per parlare di tutt’altro, ovvero della maturazione di Aoyama, dell’importanza delle relazioni, dei sentimenti e cose così, tuttavia la svolta quasi thriller, con tinte sci-fi a metà film arriva come un fulmine a ciel sereno dando un tono completamente nuovo al film ed inevitabilmente innesca curiosità su quale sia questo benedetto scioglimento della trama così intricata, che fino agli ultimi minuti non viene minimamente accennato. Insomma, per spiegarci come siano arrivati i pinguini in questo paesino sperduto del Giappone, e anche altri misteri che non vi dirò, il regista ci costringe ad aspettare per tutta la durata (non indifferente) del film, e nel farlo si prende moltissime occasioni per sconfinare nell’irrealismo più totale.

Irrealismo, termine davvero appropriato per questo film e di cui forse sentivamo il bisogno da un po’. Negli ultimi tempi sentivo da più parti lamentarsi della mancanza di quella componente fantastica, tipicamente miyazakiana, degli ultimi film d’animazione giapponese. Bene, in Penguin Highway non ci si può davvero lamentare di banalità o di mancanza di fantasia. Nel finale sono presenti scenari decisamente suggestivi, che scaldano la mente oltre che il cuore e che, se non fosse per quell’effetto di frustrazione di cui parlavo prima, rendono questo film un piccolo capolavoro dell’animazione.

Animazione che viene resa in maniera splendida dal neonato Studio Colorido, che si affaccia al mondo dei lungometraggi animati nel migliore dei modi. Le immagini e il character design dei personaggi sono pregevoli e il lavoro svolto sugli sfondi è ricco di dettagli. Unico neo che mi sento di criticare in parte, l’uso della CGI in maniera non sempre necessaria e riuscita, ma a parte questo sento di dare piena fiducia al comparto artistico dello Studio Colorido, così come al regista Hiroyasu Ishida che al suo esordio è riuscito a coinvolgerci in una storia atipica e non convenzionale come pochi registi hanno saputo fare negli ultimi anni.

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